Vite senza scopo, regali inutili

Tengo sempre sulla mia scrivania una copia del saggio di David Graeber del 2013 Il secolo del lavoro inutile, che è una delle descrizioni più accurate e crudeli che siano state condotte di recente sulla nostra società. Mi aiuta molto a tenere i piedi per terra e a smorzare i facili entusiasmi quando (molto spesso) negli ambienti professionali in cui lavoro, salta fuori il tizio di turno che annuncia con grande enfasi la necessità di investire un sacco di tempo e di risorse nell’ “idea del secolo” del momento.

Fondamentalmente questo antropologo americano afferma che, nonostante la tecnologia abbia portato potenzialmente l’umanità a un livello in cui le attività ad alta intensità di lavoro potrebbero essere evitate, le persone soffrono gli effetti di uno strano paradosso.

Da un lato, molte persone sono disoccupate. Dall’altro, più della metà delle attività lavorative sono in realtà inutili se analizzate attentamente, quindi molte persone sono frustrate e la società implode man mano che esse diventano più consapevoli del disallineamento tra realtà e aspirazioni personali, con le implicazioni etiche sull’autostima che ne derivano.

Di recente abbiamo analizzato il processo della relazione col conflitto attraverso un lavoro ispirato da Durward Burrell, Peter Frankhauser, Julia Geissberger e Marco Rubatto durante l’ Aiki Nomad Seminar 2018, in cui siamo stati facilitati nello scoprire una natura più profonda dei conflitti che tutti viviamo nella nostra vita quotidiana.

Praticare una disciplina, quale è l’Aikido, aiuta molto a lavorare sugli schemi che scatenano i conflitti, riconoscendo come si presentano, quali sono le nostre reazioni naturali ad essi e come armonizzare le nostre intenzioni con ciò che sta accadendo intorno a noi, coinvolgendoci.

La simulazione del conflitto, che è il nucleo della pratica e dell’allenamento in ogni arte marziale, ha questo scopo.

L’obiettivo del seminario era di aiutare lentamente tutti coloro che hanno partecipato a cambiare la loro mentalità. Dalla negazione del conflitto alla sua accettazione, scoprendo che un conflitto può essere visto come un “dono” che, spingendoci fuori dalla nostra zona di comfort, innesca un cambiamento evolutivo, stimolando quindi la nostra crescita.

Tuttavia, mentre a livello concettuale ed intuitivo questo approccio è ragionevole e ha senso, è molto difficile metterlo in pratica. Non solo per lo sforzo richiesto dall’implementazione stessa.

Fondamentalmente, potremmo estendere il concetto portante del saggio di David Graeber, affermando semplicemente che viviamo tutti in un mondo di “intenzioni inutili”.

Se è vero che così tante persone sono impantanate in realtà lavorative che non hanno alcun senso per loro, di certo potremmo essere tutti d’accordo sul fatto che ci siano molte persone insoddisfatte, frustrate. Agiscono secondo schemi che in fondo non desiderano. Sono corpi che lavorano e anime intrappolate in essi.

Probabilmente quando un’abitudine culturale ha radici profonde, questa finisce anche con l’ “infettare” altre aree della vita. Aree che vanno oltre l’aspetto lavorativo delle persone.

Quindi l’accettazione passiva di lavori privi di senso può portare a dimenticare la necessità di avere scopi significativi nella vita. Qualunque finalità possano rappresentare.

Pertanto potrebbe benissimo darsi che le persone trascorrano gran parte della loro vita adulta senza avere una chiara intenzione. Né l’intenzione di “stare dentro” un lavoro che rifletta capacità o abilità e interessi personali, né l’intenzione di progettare la propria vita secondo una qualche forma di disegno o di realizzazione personale.

Dunque il conflitto può sorgere dalla necessità di dare una valvola di sfogo ad una grande quantità di frustrazione – e in tal caso esso potrebbe essere accolto come un dono, considerando questa situazione come uno strumento di “primo soccorso” nelle relazioni, in cui ci aiutiamo a vicenda nell’attraversare e superare le difficoltà.

Eppure, qual è la vera fonte di conflitto nei nostri ambienti?

Probabilmente è la ricerca dell’identità, di una qualche identità, che è una componente insita da sempre nel nostro sistema più profondo. Vogliamo sapere che le nostre vite hanno un senso. Chi ha accompagnato una persona nel suo ultimo tratto di esistenza può affermare quanto questo sia vero.

Quando alcuni componenti del nostro sistema ci inviano il segnale che qualcosa non ha senso – e non siamo in grado o non vogliamo cambiarlo e risolverlo – si manifesta una sorta di falla e rottura dell’identità, che innesca un’aggressività frustrata e priva di obiettivi che colpisce e ferisce chiunque sia nei dintorni.

Quindi dire che il conflitto sorge solo quando reagiamo a una minaccia o a un attacco, come sperimentiamo quando schiviamo un attacco durante la nostra pratica nelle arti marziali, è la metà del vero.

Forse a volte non possiamo semplicemente sparire o evitare l’attacco. Al lavoro non possiamo essere ciechi e sordi. C’è una marea di conflitti negli incontri di lavoro, nelle relazioni. Anche a casa, a volte.

Così come a volte non possiamo evitare di essere colpiti quando siamo sul tatami.

Probabilmente è utile tenere a mente che, nella sua natura ultima, il conflitto è qualcosa che non ha senso, perché affonda le sue radici su un terreno privo di significato. Pertanto, a volte anche se siamo calmi e tranquilli si verifica un conflitto: qualcuno mi molesterà, qualcuno mi urlerà contro, qualcuno mi assalirà verbalmente e così via. Senza che vi sia stata alcuna reazione che possa aver scatenato un conflitto che ha bussato alla nostra porta senza che l’avessimo invitato.

Possiamo condurre questa esperienza ad un punto in cui è possibile per entrambe le parti comprendere le ragioni interne (o la loro assenza) di ciò che sta accadendo.

Se non c’è una ragione o se le ragioni individuate sono in realtà irrazionali, è ok: quello che sta accadendo è “solo” una ridefinizione dei confini delle zone di comfort in cui possiamo sviluppare ulteriormente la nostra coscienza e la capacità di integrare gli altri, come anche gli altri, del resto fanno con noi quando esercitano la loro pazienza a beneficio dei nostri limiti.

Che cosa farsene di un conflitto che è lì senza che siamo stati noi a generarlo?

Un regalo inutile è ancora un regalo? Come quando eravamo bambini e qualcuno dei parenti ci regalava un “coso” che non ci piaceva affatto?

Quel gioco che quel prozio stravagante (che tutte le famiglie hanno) ci regalava?

Sì, lo è ancora.

 

Disclaimer Photo by Michael Dziedzic on Unsplash

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